La comprensione della lingua di un popolo è fondamentale per penetrare il senso delle espressioni culturali di quella stessa civiltà. I Greci, ad esempio, avevano diversi modi per esprimere la parola tempo e ciascuno di questi modi indicava un differente approccio al concetto.  La nostra cultura, erede più diretta di quella romana, possiede invece un solo termine per riferirsi alla dimensione temporale: “tempo”, appunto.

La parola “tempo” deriva dal latino tempus, la cui radice indica un qualcosa che “si distende” nel “cielo” producendo l’evoluzione stagionale.   Per indicare una frazione del tempo, possiamo utilizzare la parola “momento”, la quale deriva dalla stessa radice di movimento, sfruttando così una concezione esclusivamente lineare di causa/effetto.    La nostra capacità di muoverci all’interno del concetto temporale non si spinge oltre; al massimo possiamo creare sinonimi quali l’infelice coppia “momento/istante”, del tutto impropria considerando che il termine “istante” – da stare – si riferisce a qualcosa di immoto, mentre la radice momento-movimento si riferisce alla dinamicità.
   E’ bene ricordare che, del resto, il complesso termine “istante”, che si riferisce ad una più articolata raffigurazione della dimensione-sospensione nello scorrere del tutto, noi europei lo abbiamo ereditato non dal mondo latino, bensì proprio da quello greco, che possedeva una rappresentazione del mondo assai più vasta e varia rispetto a quella romana e quindi alla nostra.

I Greci avevano capito infatti che il tempo era una dimensione variabile, che poteva essere considerata sotto molteplici punti di vista, tre dei quali erano fondamentali per inquadrarne il multiforme rapporto con la dimensione unama.

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La prima e più immediata forma del tempo percepibile dall’Uomo era chiamata “Kronos”.    Kronos era il tempo lineare, la dimensione dinamica legata al principio di causalità e portava con sé una visione determinista. La rappresentazione allegorica di questo concetto è nel Dio primordiale figlio di Gea ed Urano, che divora i suoi propri figli proprio come la vita, manifestandosi, determina il conto alla rovescia verso la morte.   Kronos è dunque simbolo della morte necessaria al processo di causa/effetto, così come la sua sorella e compagna è, Rea, la Magna Mater simbolo della Vita.

tumblr_n8413hOFo71qjiinco1_1280.jpgCertamente meno immediata è la concezione temporale rappresentata dall’Aion, il tempo ciclico; il tempo del Fato, la dimensione della Necessitas, il muoversi umano in un percorso tracciato dal Divino.
   Ancora meno immediata è la dimensione del Kairos che, invece, rappresenta il “momento opportuno”, la linea di confine sospesa fra sacro e profano nella quale si realizza la compenetrazione fra Aion e Kronos.  Aion era rappresentato da un giovane – eternamente giovane – circondato da un cerchio allegorico della ciclicità del tempo stagionale, celeste o biologico; in esso era iscritto il Dio, che sorreggeva così la “ruota” dell’anno.    Kairos, invece, è tradizionalmente rappresentato come un uomo alato, talvolta intento a misurare il concetto relativo alla “qualità” del tempo.

Quest’aspetto non solo quantitativo del tempo si riverbera nei sistemi verbali propri del greco e anche latino, che concepiscono, oltre al modo ed al tempo, anche l’aspetto di un verbo.  L’aspetto, a differenza del “modo” e del “tempo”, indica una dimensione contestuale specifica in cui un’azione o uno stato viene a collocarsi; determinate marche dell’aspetto, ad esempio, possono indicare azioni momentanee, oppure azioni o stati che “fotografano” l’inizio o la fine di una più articolata condizione.

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I Romani avevano trasformato in Dio il tempo attraverso la rappresentazione di Giano.  La parola deriva probabilmente dalla radice indeuropea portatrice del significato di passaggio: ed è questa la ragione per cui il culto di Ianus rappresenta uno dei più antichi della terra italica, legato al ciclo della fertilità ed all’eterna lotta fra il bene ed il male, la vita e la morte.    Giano ha due volti ma, si dice nelle tradizionali scuole filosofiche ed iniziatiche, possiede un Terzo Volto celato: l’Eterno Presente.

Giano, come Kronos, Aion e Kairos sono tutte declinazione dell’Archetipo- Tempo.  Ma cos’è un ὰρχέτυπος?  Letteralmente, “archetipo” significa immagine originaria di qualcosa, ovvero “modello” assoluto, privo delle specifiche adattive alle situazioni. L’archetipo è dunque una forma primeva ed inclusiva, alla quale la tradizione metafisica attribuisce un aspetto antropomorfo.

La civiltà greca finisce con la conquista di Alessandro Magno e – paradossalmente – la diffusione del “modello greco” in tutto il mondo allora conosciuto; questo poiché la diffusione della grecità operata dall’unificazione di Alessandro porta ovunque un modello già corrotto, già sorto dal tracollo del sistema della polis.   L’epoca ellenistica rappresenta una vera e propria frattura rispetto all’epoca precedente e prepara il terreno all’accoglimento del Cristianesimo, che nel complesso si manifesta come una ideologia riassuntiva di tutto ciò che era opposto e complementare al pensiero greco tradizionale.    Il Cristianesimo è, insomma, l’anti-classicità e si configura come una nuova, efficace religione capace di mischiare insieme gli elementi chiave dell’ellenismo (il ripiegamento individuale; la soggettività nell’esperienza metafisica; l’anti-eroismo; il valore della famiglia; la ricerca di un rapporto con il divino di natura più umana, “bassa” e democratica; l’idea della preghiera intesa come un tentativo dell’Uomo di muoversi in direzione del Dio; la necessità di rinunciare alla molteplicità del divino per immaginare un solo Dio paterno; la necessità – infine – di culti di natura escatologica, catartica, salvifica) con gli spunti derivati dalla tradizione filosofica classica (Aristotele e Platone, in particolare).  Che la fine della tradizione classica avesse rappresentato, in qualche modo, il passaggio verso un momento-storico dominato da valori del tutto opposti, era chiaro ai cosiddetti intellettuali umanisti, che battezzarono quei secoli a loro avviso “bui” medio-evo, e loro stessi “eredi della classicità”.    Il periodo umanistico-rinascimentale, e poi quello Illuminista, non ebbe in realtà nulla a che vedere con la mentalità “classica”.   Furono proprio l’umanesimo prima, e l’illuminismo poi, a marcare l’attenzione sul valore della soggettività individuale imitando, in questo, alcuni elementi del primevo cristianesimo di stampo ellenistico: la dimensione al contempo corale ma laica propria della tradizione classica non sarà mai più ripetuta né compresa.

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E tuttavia, fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, alcune tradizioni iniziatiche recuperarono effettivamente una serie di elementi che si possono dire genuinamente classici.  Si consideri, ad esempio, la concezione thelemica che Aleister Crowley esplica attraverso la teoria del tempo-eonico: la stessa scelta del termine Eone deriva dal greco “Aion” e denuncia la volontà di rinunciare alla linearità causale della dimensione temporale in vece di una concezione circolare, intrinsecamente ciclica e priva, conseguentemente, dell’aspetto forzatamente finalistico e morale inevitabilmente proprio della catena causa-effetto.  Nella sua propensione notoriamente anti-cristiana, Thelema cerca di recuperare anche quell’antropocentrismo contrapposto al teocentrismo portato in Europa dal monoteismo abramitico, ma l’antropocentrismo thelemico trascende il modello umanistico ed illuminista, che è inevitabilmente (seppur inconsapevolmente) cristiano, per ritrovare quella dimensione propria della tradizione pre-ellenistica, che si esplica nella laica coralità di cui si accennava; l’unica che può consentire quello sviluppo dell’Individuo teso tuttavia alla più completa comunione fra esseri umani.

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Dal punto di vista della tradizione thelemica, infatti, senza l’avvio di quel processo che Jung (coevo, per altro, di Crowley e portatore di un pensiero non dissimile sotto svariati aspetti) chiamò Individuazione, non è realmente possibile l’associazione disinteressata e paritaria fra Uomini, poiché l’uomo non intimamente compiuto può solo omologarsi e mai Unirsi al prossimo.

E’ in particolare il teatro – altra invenzione che dobbiamo alla grandezza della civiltà greca – che manifesta la coralità peculiare del mondo classico: i Greci erano perfettamente consapevoli del fatto che il teatro fosse uno psicodramma collettivo che si occupava di mettere in scena i processi propri della maturazione di un individuo complesso attraverso la danza degli Archetipi, creduti Veri e Viventi nelle divinità,  che collaborano attivamente con l’Uomo-Eroe.  Vi è infatti una sostanziale differenza fra Ulisse; Agamennone o Achille e la figura di Giasone quale emerge, ad esempio, nelle tarde Argonautiche di Apollonio Rodio, l’allievo di Callimaco, che opera già in pieno ellenismo per tentare – invano – riportare alla vita una tradizione epica non più comprensibile.  Αμηχανία, tedio, mancanza di volontà dominano gli eroi “molli” della nuova epica; non è più l’Onore, la Causa comune, l’Impresa a fare l’Eroe ma l’andamento – talvolta capriccioso – dei moti interiori individuali ed egoistici, davanti ai quali non raramente il divino interviene paternalisticamente per consentire il compiersi degli eventi.  Parimenti, il Rito della tradizione iniziatica così come torna a manifestarsi nel XIX secolo (e quindi poi in Thelema) tenta di recuperare il concetto teatrale di psicodramma attraverso la teoria archetipale simboleggiata da coloro che officiano il Rito, i cui paramenti pomposi e colorati non indicano un tratto di vanità personale (come  banalmente viene talvolta inteso) bensì la ricchezza ieratica dell’Archetipo-Dio al servizio di coloro che assistono al Rito per trarne – al pari degli spettatori del teatro classico – gli elementi utili alla proiezione dei loro processi interiori.   Un vero Officiante non è se stesso, nel momento del rituale, bensì il Dio o l’Eroe che incarna a vantaggio di coloro che si nutrono dell’esibizione rituale.

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Non a caso, uno dei più celebri gesti di saluto che marca il confine fra l’Area sacrale e l’Area immanente ed umana consiste, in Thelema, in un chiaro gesto di Proiezione, che ripete quello stesso istintuale movimento esibito, ad esempio, dagli infanti quando soffrono per allontanare da loro il dolore ed il disagio: l’Iniziato che accede allo spazio-tempo del Templum in cui domina il Kairòs, dunque, esegue un simbolo di proiezione, consacrando così la propria interiorità al più universale valore archetipico ed aprendosi alla manifestazione dei processi interiori affinché essi si compiano.  L’Iniziato  esperisce nel Rito la danza del suo inconscio consentendo ai contenuti profondi di venire a lui (o a lei) “dall’esterno” – come notava Jung a proposito dell’Alchimista – attraverso i Celebranti, i Simboli ed i Gesti che narrano storie.