Lui era la sensualità; il trionfo dell’Essere oltre la morte; l’uno oltre la sommatoria funzionale delle parti; l’essenza stessa dell’olismo dei sistemi complessi. Lui era la linfa delle piante ed il sole che si trasmutava in nutrimento: i Traci lo chiamavano Sàbos, per i Greci era il Grande Dionisio. Dionisio non ha nulla a che vedere con Bacco, il gaio Dio latino della lasciva ebrezza: la civiltà latina ebbe certamente il merito di realizzare la superiorità culturale della civiltà greca ma ebbe altresì il demerito di non saperne accogliere la complessità e profondità per carenza strumentale e così procedette con una inevitabile semplificazione del pensiero greco, della sua filosofia come della sua arte e persino del suo Pantheon.

th-1.jpeg

Dionisio è certamente una divinità di origine orientale; i suoi culti appaiono legati ad un processo che porta il Sacro a parlare all’Uomo più che l’Uomo a rivolgersi al Sacro; in poche parole, se il culto delle divinità del Pantheon si mostrava non distante, nel suo modus operandi, dal processo classico della preghiera che prevede il tentativo di avvicinamento alla sfera Trascendente da parte della dimensione umana, il culto di Dioniso, al contrario, mostrava i tratti peculiari di quel sentire religioso tipico del panorama orientale e sciamanico fondato sul processo opposto e complementare a quello della preghiera: l’avvicinamento all’Uomo da parte del Sacro.

Attraverso il vino e, più in generale, attraverso un’alterazione progressiva della coscienza ottenuta con il canto, la danza e l’ebrezza della rottura dei taboo sociali, il Dio si manifestava direttamente nell’Umano per l’ Eὐφορία – euphoria, ovvero il buon (“eu”, in greco) portare (“phero”) vita, rinnovamento e fertilità. Dionisio era, infatti, la sensualità della Natura che, nella sua immancabile rinascita, rassicurava l’Uomo sgomento davanti all’orrore dell’annientamento e della morte. Dionisio era, perciò, il processo in sé della rinascita ciclica della natura dopo il gelo mortale dell’inverno: egli era il calore degli animali ed il succo dei frutti, il diritto alla vita al di là dei canoni sociali, il potere della Natura al di là delle gerarchie umane, la linfa delle piante e la rugiada del mattino, la coscienza colta in quella sacrale e folle “Mania” che devia dalla norma per rendersi degna di accogliere il Trascendente. Per questo i Riti di Dionisio pretendevano la presenza di schiavi e donne, ovvero di coloro che erano inseriti in una sfera liminale della civiltà: più oggetti che umani, più ruoli che essenze in diritto di vivere, oggetti di tutto e soggetti di nulla.

th.jpeg

“Evoè!” gridavano le donne nell’Entusiasmo (“ev” “theos”, il “dio dentro”) della furiosa danza circolare del Rito, mentre le loro vesti di animali selvatici ondeggiavano e si strappavano con le lame dei pugnali con i quali avrebbero compiuto lo σπαραγμός – sparagmos, ovvero lo squartamento degli animali sacrificali per cibarsi poi delle carni crude e sanguinanti. Nell’atto del cibarsi delle carni della vittima straziata e lacerata si ravvede un altro ancestrale tema religioso e sciamanico, quello della Theofagia, ovvero del nutrimento attraverso la Divinità. Le Sacerdotesse di Dionisio, infatti, non mangiavano l’animale in sé, ma si nutrivano del Dio compenetrato nella vittima sacrificale. Unendo la loro sostanza umana con la sostanza trascendente del Dio, il fedele accettava così di condividerne il Fato nel quadro della necessità universale. La Teofagia è, naturalmente, la forma estrema dell’Invocazione – ovvero l’Atto del “vocare”, il chiamare in sé ciò che è sacro: questo atto annulla la differenza già prima accennata fra la preghiera (cioè l’Uomo che va verso Dio) e la dimensione sciamanico-estatica del Dio che va verso l’Uomo.

baccanti-920x529.jpg

Per questa ragione, Dioniso è un Dio-Totale, dal quale il futuro pensiero cristiano è stato influenzato elaborando l’atto supremo della “Missa” (la Messa) nella “Comunione”: l’atto del cibarsi del Dio-Cristo che annienta la differenza fra umano e Numinoso. Affinché avvenga la trasmutazione del grano, del vino, della carne, o di qualsiasi altra sostanza naturale in corpo e sangue del Dio è necessario infatti transitare dalla dimensione della “immedesimazione” rituale, ovvero dall’atto di porre “in sé” la “mimesis”, cioè la riproduzione nel concreto dell’Archetipo assoluto e divino. L’Estasi delle Baccanti portava dunque a quella totalizzante ebrezza che annullando le dimensioni operava la transustanziazione e faceva delle stesse Menadi dei Pontefici, degli esseri “Ponte” fra Uomo e Dio.

Imitando i Satiri e le Ninfe (ovvero quell’insieme di semi-dei che, al pari, erano ponte fra le dimensioni), il corteo danzante delle donne, al ritmo del “ditirambo”, portava in trionfo simboli fallici e si accresceva in “furor” fino al Sacrificio di Sangue. I riti avvenivano immersi nella dimensione della notte, la quale già nella mentalità greca simboleggiava l’incertezza da opporsi all’ordine pre-stabilito dagli Dei e rappresentato allegoricamente dal fulgore del Padre-Sole-Zeus. In una sorta di carnevalesca teoria, schiavi e donne sovvertivano l’ordine sociale, agendo nelle foreste e sui monti la dimensione della Libertà Totale che rendeva possibile non avvertire il bruciore delle fiamme e maneggiare le serpi velenose. In sostanza, gli uomini e le donne (soprattutto le donne!) che prendevano parte al corteo avevano il compito di infrangere i Tabù senza incorrere nella Hybris poiché protetti dal “Dio-Dentro”, dall’Enthusiasmos.

dionisio_baccanti_vaso_greco_N.jpg

A Delfi l’inverno era sacro al Dio Dionisio; ad Atene, le “antesterie” si celebravano a primavera; nelle feste per la vendemmia, il Dio compariva mascherato. Come Dio-Totale, Dionisio operava naturalmente attraverso la formula ternaria del ciclo: è e “non è più”; muore e rinasce, discende ed ascende.  Il tempo di Dionisio era dunque ciclico, come il tempo degli astri e della Madre Terra e la sua manifestazione era l’Epifania. Dioniso si inserisce così a pieno nel culto pan-mediterraneo del Dio che muore e rinasce eternamente.  Come l’immagine di Cristo che, nella sua diversità, eredita dal citato Dio panmediterraneo, la ciclicità, e questo è uno dei motivi del grande successo del Cristianesimo che esaurisce la potenza di un archetipo così grande e “sentito” nell’occidente e nel vicino oriente.  Dioniosio – ancora una volta, come Cristo – è Figlio del Dio Padre-Fallico-Solare. A differenza di Cristo, però, non viene agli Uomini per portare la “Luce” della Norma Paterna e Divina ma per portare la follia del puro senso del Sacro.

Egli infatti è, secondo il mito, punito dalla Dea Hera con la pazzia che lo costringerà a vagare accompagnato dai satiri – cioè da quegli esseri a metà fra il mondo umano e quello divino. Dionisio, nella sua follia, commette naturalmente svariati atti delittuosi, i quali tuttavia gli vengono perdonati poiché appartenenti alla sfera, appunto, della pazzia, ovvero della sacralità. E tuttavia Dionisio continuerà a vagare e continuerà ad essere alternativamente accettato e rifiutato, esattamente come la dimensione sacrale che erge Totem e pone Tabù vivendo del contrasto stesso fra luci ed ombre. Dionisio è dunque il Dio Folle ed il Dio Vitale; il Dio più potente ed amato ed il primo su cui ricade il concetto (tanto caro al mondo orientale) del “Metus Reverentialis” verso il Dio.

th.jpeg

E’ nelle “Baccanti” di Euripide che l’aspetto più terrifico e catartico del Dio emerge in tutta la Sua potenza: il Dio irrompe qui nella pace e nell’ordine (apparente) della civiltà e, lentamente, spinge Penteo alla follia prima ed all’estermo sacrificio dopo. Il re – simbolo dell’Ordinamento morale e delle Leggi che aggregano la società e la rendono possibile – è colui che cederà alla follia e, infine, si immolerà alla potenza del Dio Dionisio.